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Dalle leggende Euganee, la storia di Sirenella

 

Abbiamo trovato un libro con una raccolta di leggende del nostro territorio: Leggende Euganee, Sellida Ilvaro, Bologna 1941.

Sellida Ilvaro altro non era che il nome d’arte (e anagramma) di Silvia Rodella, scrittrice e figlia di un ricco uomo d’affari che ad inizio del 1900 acquistò la la cinquecentesca Villa Ca’ Pasinetti a Cinto Euganeo dove per lungo tempo abitò la nobildonna.  I Colli Euganei affascinarono Silvia che ne il punto chiave dei suoi scritti, tra i quali troviamo Leggende Euganee, una raccolta di storie del nostro territorio, che diventa vero protagonista dei racconti.
Proponiamo qui una delle più belle leggende della raccolta, quella di storia d’amore che sembra impossibile, nato ai piedi di uno dei laghetti termali dei Colli Euganei, la storia di SIRENELLA.

 

 

Egli aveva trascorso tutto il lungo interminabile inverno nel triste castello, sfiduciato di poter guarire; le varie prescrizioni mediche non erano valse che a togliergli a una a una ogni speranza.
Quella notte di San Giovanni così tiepida, così tersa, gli fece sentire il bisogno d’immergersi nella natura, per respirare gli effluvi che s’innalzavano dalla terra carica di messe. Tutto sentiva ed esprimeva vita fuori e dentro di lui, mentre il suo povero corpo dolorava sotto il peso di una condanna precoce. Appoggiandosi al bastone si diede a girare senza meta, come un puledro malato.
Riverbero delle stelle del cielo, le lucciole della terra. Le femmine nascoste nell’erba fresca richiamavano con la loro piccola luce i maschi erranti nell’aria; dolce richiamo amoroso.
Camminava con la testa bassa, sconsolato. Ma ad un tratto s’arrestò. Sospeso fra le stelle e le lucciole un canto soavissimo riempiva l’aria d’armonia, come un richiamo nato non molto lungi; egli si lasciò guidare da quella soavità, che veniva ad incontrarlo.
Così giunse ad un lago fumante, ma lì di botto il canto cessò, rendendo ancor più solitario il silenzio notturno. Istoriavano l’acqua vari cerchi concentrici, come quando un sasso trova la sua tomba nel liquido elemento.
“Una rana” pensò “ che ha spiccato il salto.”
E il pensiero dell’agilità della rana lo richiamò alle sue condizioni fisiche. In un sospiro d’invidia mormorò: “Tutti sono felici, tranne me!”
C’era tanta sofferenza in quelle parole… Qualche cosa si mosse presso al lago e i suoi occhi si trovarono immersi in due altri occhi sfavillanti, pieni di pietà. Una bellissima testa bruna di donna emergeva dall’acqua; emersero poi le spalle fino al busto. Avvicinandosi a lui come affascinata disse timidamente: “perché sei infelice, quando tutto è così bello?”
Il conte si smarrì un momento a quell’apparizione inaspettata, ma guardando quel sorriso così dolce, si riprese subito e rispose: “Tutte le mie membra sono attardate, le mie giunture sentono il gelo, sebbene io abbia contato nella mia vita soltanto venticinque notti di San Giovanni.”
“E perché non ti provi a guarire?”
“I medici più famosi mi hanno martoriato inutilmente, oramai non spero più.”
“Hai fede in me?”
“Io? Sì. Ma tu chi sei?”
“Ebbene stammi a sentire. Nella notte di San Giovanni alle sirene è concesso di uscire dall’acqua, e di correre per i boschi a mangiar frutta e a dare la caccia alle lucciole. Anche i fauni han facoltà di spogliare gli alberi. Fra poco ne vedrai passare di qui molti in frotta, lieti di aver mangiato tutte le ultime ciliegie all’intorno. Nasconditi dietro quel cespuglio, che non abbiano a riconoscerti e, quando saranno passati (puoi star sicuro che non si fermeranno qui), ti aiuterò io.

Non aveva finito di dir queste parole, che giunsero dei faunetti con la bocca piena e rossa di ciliegie. Fra una capriola e l’altra le loro mani si sporgevano per prendere le lucciole, proprio come fanno i bimbi. Uno di loro si coperse gli occhi con due foglie di fico, facendole aderire con fili d’erba. Gli altri fecero la catena in circolo, e giocarono a mosca cieca, con tombole sull’erba fresca e molle di rugiada, come sopra un soffice tappeto di Smirne.
Mentre chiassavano, uno lanciò un grido: “Alle pere di San Pietro!” e fu uno sciamar generale in diverse direzioni, ognuno sperando di mangiarne più degli altri. Il più piccolino, pur correndo, si rivolse a Serenella con due occhi imploranti e: “Serenella” disse “io non arriverò ad aver nulla; vuoi tu aiutarmi come l’altr’anno?”
“Va anche tu, cerca di fare quello che puoi, se non altro ti gioverà e poi ritroverò qualche da darti. Io non potrei correre come voi, ma non ti abbandonerò. Sii lieto.
“Grazie, Sirenella, mi fido di te.” E, così dicendo, sgambettò via, in coda allo stormo spensierato; spensierato anche lui e fiducioso.
“Ed ora, eccomi a te” riprese Serenella. “Facciamo presto, prima che le altre Sirene tornino dalla loro spedizione. Credo siano andate a cantare dalla parte del Castello di Montegrotto.”
“E tu perché sei rimasta qui sola, invece di unirti a loro?”
“Che cosa vuoi? Esse non hanno i miei gusti; nella notte di San Giovanni si affidano alla seduzione della loro voce, andando in cerca d’avventure. lo resto qui e canto volentieri per me sola, sotto il magico cielo stellato, dialogando con un usignolo… Ma facciamo presto, e sentirai poi.”
Così dicendo, Sirenella ordinò al conte Manfredo di spogliarsi, poi, lesta come un pesce (già per metà lo era), si tuffò nel fondo del lago, e ne usci con le mani piene di una broda nera, bollente, attaccaticcia, e con quella spalmò il corpo del giovane, finchè ne fu tutto coperto. “Ed ora non muoverti” disse “e stai a sentire.”
Il conte, insofferente di quel bollore, stava per lamentarsi, quando Sirenella incominciò a cantare. Era proprio quella la voce udita poc’anzi. L’usignolo amico rispose, e i due intonarono un duetto soavissimo.
A poco a poco, mentre il fango si andava intiepidendo, il cuore del conte si riscaldava sempre più, sempre più. Gli pareva tutto così bello e il firmamento brillante come non mai.

“Ed ora è finito; fa’ il tuo bagno nel lago” disse Sirenella “lascia il bastone, e corri felice a casa tua.”
Il conte Monticelli infatti si senti agile e svelto, sparita ogni sofferenza. Ma quanto a sparire lui, era un’altra faccenda.
“Io ti debbo tutto” disse “ma mi hai anche tolto tutto. Non ho più il cuore, ch’è tuo; Sirenella, dammi il tuo.”
Sirenella si sentiva morire lei, adesso. Il cuore ce l’aveva e caldo d’amore per il bel conte, ma, priva d’anima immortale, mezza donna e mezzo pesce, come avrebbe potuto sposarlo? Piombò in una perplessità dolorosa; sparita ogni gaiezza, il gorgheggiare dell’usignolo rimase senza risposta. Nelle pause non si sentivano che i sospiri dei due.
Al primo albeggiare si udirono di lontano le sirene e il riso dei faunetti reduci dalle loro scorrerie.
“Addio, anima mia” disse congedandosi Sirenella “bisogna che ritorni nel profondo del lago; dimenticami.”
“No, Sirenella, ritornerò; domani notte, e così sempre, se non potrò sposarti.”
“Vieni a mezzanotte, quando qui tutti dormono. Ci parleremo.”
Si salutarono in fretta e ciascuno rientrò a casa sua.
La giornata sembrò loro l’immagine dell’eternità, e la mezzanotte l’ora più bella delle ventiquattro sorelle.

Spedito ed agile, il conte venne al ritrovo. I loro sospiri si confondevano con la fumata del lago caldo. Sirenella, con senso pratico, gli annunciò che avrebbe interrogato una vecchina cosi vecchia e cosi saggia da essere l’oracolo di quei posti. Vi sarebbe andata, sola, la notte di poi.
Aspettò l’imbrunire con la stessa ansia con cui la notte prima aveva aspettato la mezza notte. Lasciò il lago e spingendosi innanzi con rapidi movimenti della coda, potè trascinarsi fIno ai piedi di un monticello, dove, in una casetta mezza nascosta dal verde, stava la vecchina.
Sirenella picchiò discretamente. “Chi sei?” fece eco una voce cavernosa.
“Sono una creatura di Dio in cerca di se stessa..”
“Entra” ribattè la voce.
Appena entrata Sirenella si trovò in una cucina bassa. Sotto il camino, dalla cappa spaziosa, due alari di ferro in forma di testa di montone; sospesa alla catena una pentola, riscaldata da un po’ di fuoco di fascine di biancospino, seccume dell’autunno e della primavera scorsa. Sirenella respirò forte, dopo la fatica del cammino. Poi si guardò intorno: due seggioloni alti stavano dalle due parti del focolare. Una tavola nel mezzo con su qualche fiordaliso e papaveri, la poesia dei campi. Sopra la credenza di legno scuro a riquadri, delle ciotole, pure di legno. Assuefattasi alla breve luce, Sirenella indovinò, raggomitolata sulla paglia, in un angolo, la saggia vecchina.
“Nonnina” incominciò “ho bisogno di voi.”
Le rispose dalla paglia un leggero fruscio; poi lentamente, un essere piegato in due si levò. Pareva una mummia, tanto la pelle era incartapecorita; il viso rassomigliava a una pergamena; e infatti vi si poteva leggere riga per riga, o ruga per ruga, un volume di avvenimenti, ognuno dei quali aveva lasciato un suo segno cabalistico speciale. Fra tutti quei documenti antichi due sfolgoranti capocchie di spillo mandavano una luce investigatrice. L’esame dovette avere buon risultato, poiché tosto rispose: “Che cosa posso fare per te?”
“Dammi la felicità.”
“Se essa fosse nelle mie mani, te la darei subito. Un pezzetto ne resterebbe a me, poiché dare significa ricevere, tienilo a mente. Dimmi tutto, figliuola.”
Allora Sirenella, col senso di calore che le dava quell’ultima parola, incominciò a narrarle le sue vicende, concludendo come l’incontro col bruno cavaliere le avesse tolto la pace del cuore.
Erano sedute là, una di fronte all’altra, un po’ discoste dal fuoco. Con le due capocchie fisse su Sirenella, la vecchina interrogò: “Lo ami tanto? Saresti disposta a dare la vita per lui?”
“Il mio amore è più grande di tutto l’universo. Più profondo del mare. Per lui darei, non solo il mio sangue, ma la mia stessa felicità.”
“Se cosi lo ami, abbi coraggio: l’amore vince ogni ostacolo, sebbene, non te lo nascondo, il tuo caso sia difficile. Io non posso nulla per te; ma conosco una donna a Venezia, esperta di tutte le arti magiche. Va’ da lei in mio nome. Ella ti aiuterà. Solo preparati a soffrire e a lottare. Spero che vincerai, ma sii pronta anche a soccombere. L’amore è spesso dolore. Sii cauta. C’è tanto male nel mondo! Conservati buona e non fidarti di nessuno. Bada che quella donna non la pensa come me.”
Con quello sbrindolino di speranza in cuore, a Sirenella pareva di essere una regina. Nessuna asperità la turbava.
Dopo aver ringraziata la vecchierella con tutto il calore di una gratitudine profonda, non inceppata da convenzioni umane, Sirenella riprese la via del bosco, dei campi, per raggiungere il suo lago prima del risveglio delle compagne. E lì attese la notte seguente; nel mezzo della quale Manfredo apparve. Al suo desiderio sembrò grave l’indugio di Venezia. “La pazienza vince tutto; come l’amore” disse Sirenella. “Tu siimi fedele, prega. Non tentar di raggiungermi.”
Avrebbero voluto eterna l’infinita dolcezza di quelle ore, e un attimo la durata che li separava dall’esperimento di Venezia. L’addio senza limite di tempo fu doloroso, come se un alto muro sorgesse tra loro. Si dissero arrivederci tante tante volte finchè il primo risveglio mattutino disgiunse forzatamente le loro mani, ma non i loro cuori. Il lago pareva impregnato di tutto il loro amore, forza nuova di bene, luce sprigionantesi nell’acqua e nell’etere.
“Arrivederci, anima mia” cantò sommessamente Sirenella, e le onde canore accompagnarono Manfredo.

Da allora Sirenella si preoccupò solo di apparecchiare segretamente la prossima partenza. Si munì di un po’ di cibo, affidandosi per il resto alla Provvidenza.
“Sei pensierosa” le dicevano le altre sirene “Che cos’hai?”
“Il caldo mi abbatte, quest’anno.” Del resto, non aveva avuta mai molta familiarità con le compagne; cosi attese la mezza notte seguente, senz’essere disturbata.”

La luna piena illuminava i colli all’intorno; tutto era silenzioso. I gorgheggi dell’usignolo si spandevano solitari. Sirenella teneva il suo canto chiuso in cuore. Gettato un ultimo sguardo su quella pace già così cara, e che ora non le bastava più, prese la via dei prati; con l’istinto, forte negli esseri primitivi, raggiunse il canale tutto serpeggiante in molli curve. Superò l’impressione sgradevole dell’acqua fredda nuotando con forza, finchè la rapida dei molini di Battaglia la costrinse a sostare. Si avvide allora d’aver preso il ramo secondario, e, nel timore di restare ingranata nella ruota, pensò di uscire dall’acqua, per rituffarsi nel canale maggiore. Uomini bianchi di affaccendavano per macinare il grano, e la sua luna troppo luminosa avrebbe rivelato la sua figura. “Sii prudente” le aveva raccomandato la nonnina…
E Sirenella fu prudente. Quatta quatta, aspettò, nascosta da un cespuglio che sporgeva sull’acqua, un istante di tregua. La ruota rallentò, gli uomini bianchi disparvero, e Serenella, sottile com’era, al momento giusto infilò lo spazio fra la sponda e la ruota, arrestando questa con una mano. Scivolò via in un attimo, e si distese tutta nel canale grande. E via come un pesce. Era pur bello nuotare al largo fra sponde verdi, monti all’intorno e nel cielo sprazzi rossi sempre più intensi, aperti forzieri del sole.

“Nuotando così, in poco tempo sarò a Venezia” pensava.
Commossa dalla bellezza dell’ora, l’animo suo fu invaso da una speranza folle, come avesse già ottenuto il miracolo. Nell’esuberanza della sua felicità, apri la bocca per cantare “Anima mia”, la sua canzone preferita da quando amava Manfredo. In quella il canale faceva una svolta; la nota le mori in gola; una barca nella quale vogavano quattro uomini le si parò davanti. Sirenella restò annichilita. Sprofondandosi nel canale nuotò in senso opposto. Tutti e quattro i vogatori arrestarono i remi guardandosi intorno, ed ella udì distintamente delle voci. Uno si abbassò scrutando l’acqua. Sirenella, fortunatamente già lontana, si confondeva col pantano del fondo, dove rimase immobile col cuore che le batteva da spaccarsi. Quanto tempo? Forse pochi minuti, forse un secolo!… La barca riprese lentamente ad avanzare. Sirenella, ricordandosi della vecchina si rimproverò la sua imprudenza, e capi l’impossibilità di sorpassare la barca.
Il sole, oramai alto, la trovò ancora sprofondata nella melma, dalla quale uscì quando, col sorgere della luna, tutto fu silenzio all’intorno come in un deserto. Allora, sebbene intirizzita dall’immobilità, riprese a nuotare vigorosamente, raggiungendo in breve Padova, avvolta nella notte.

Molti soldati stavano a guardia della porta della città, elmo in testa e alabarda in pugno. Il canale rasentava il muricciolo di cinta, di dove penzolavano due gambe di soldato. Sirenella guardò cauta dal sotto in su, e vide che colui tracannava un gran boccale di vino. “Bisognerà attendere che sia ubriaco” pensò “e speriamo ci arrivi presto.” Difatti, poco dopo, si udì un tonfo nel canale; era il boccale vuoto, scaraventato via. Al tonfo fece eco dalla parte di terra il tombolar del soldato che aveva descritto con le gambe una bella U nell’aria.
Senza sciacquare troppo e in modo che l’acqua non sciabordasse, Sirenella oltrepassò la porta. Case bianche illuminate dalla luna, non una voce, non un lume; qualche barca; in una d’esse un uomo dormiva saporitamente.

Un argine abbastanza alto fiancheggiava il canale, e Sirenella nuotava tranquilla, nella certezza d’aver sorpassato ogni pericolo. E con la tranquillità le veniva l’appetito. Un bell’albero carico di pere mature s’inchinava quasi fino all’acqua come per offrirsi. A Sirenella non parve vero: alzò un braccio poi l’altro, e, attirando a sé il ramo, staccò il frutto, piantandovi immediatamente i suoi dentini candidi. Ma immediatamente anche dal muricciolo dell’orto sporsero due teste, una di uomo e l’altra di donna, urlando: “Al ladro, al ladro!” Sirenella colta così mezza fuori dell’acqua, non si perdette di spirito e comprendendo la situazione: “Perché gridate?” disse “vi scopriranno! Vado anch’io, come voi, in cerca del mio amore e, avendo fame, ho colto un frutto. Gettatemene piuttosto un altro e siate felici.”
Si capisce soltanto quello che si prova: i due innamorati, impietositi dalla identità del caso, con la fame in aggiunta, le staccarono quattro o cinque pere una più bella e grossa dell’altra, da mettere nell’imbarazzo le piccole mani di Sirenella. L’uomo si avvide della sua bellezza, ma nessuno dei due ch’era una sirena; e, dati e ricevuti gli auguri del caso, la nuotatrice continuò la sua via, ristorata.

E nuota e nuota, le bianche case di Padova parevano ormai case di bambole. Incontrò mulini silenziosi in attesa dell’alba oramai imminente, e quando le prime luci si diffusero nel cielo, Sirenella, che non aveva perso tempo, si trovò già fra i canneti e le paludi di Strà. Qui un grande agglomeramento di barche la immobilizzò. Erano i cacciatori che partivano per la caccia con scorta di cani. Sirenella ebbe appena il tempo di far marcia indietro per nascondersi, sotto la volta buia di un ponte, e là, piena di spavento, passò tutta la giornata tremando ogni volta che vedeva profilarsi un essere vivente.

Quando il buio della notte rivestì tutto di ombre, Sirenella riprese il suo cammino, nel canale disteso rasente i campi. Accosto a una casa addormentata, dell’insalatina bianca tenera stimolò il suo appetito. Cauta, carponi per terra, Sirenella consumò il suo pasto, per ritornare rifocillata al liquido elemento. E nuota e nuota, le sue mani toccavano qualche erba; “Forse, già le alghe marine”, pensò. Ma quale non fu il suo spavento quando si accorse di esser presa in una rete, tutta, dalla testa ai piedi.
La luna splendeva alta nel cielo, rivelando una gru vicina a un casolare. Sirenella più si dibatteva e più si impigliava, e si senti perduta. “Preparati anche a soccombere”, le aveva detto la vecchina. Ebbene, pensò, venga pure la morte purchè sia salvo Manfredo. Non aveva ancora formulato questo pensiero, quando un gabbiano passò di li, sfiorando l’acqua col suo forte becco. “Gabbiano” implorò Sirenella “aiutami, rompi la rete col. tuo becco.”
Il gabbiano da prima la guardò sdegnoso, ma poi, riconoscendola: “Tò” disse “sei tu? Ricordi? La notte di San Giovanni dell’altro anno, quand’io disperso, spossato, vagavo in cerca del mare? Tu mi salvasti allora dai denti di un cane.” E subito con colpi di becco incisivi, inesorabili, ridusse la rete cosi fragile, da permettere alle belle e tenere mani di Serenella di stracciarla tutta.
“Grazie caro amico, quando avrai bisogno di me, chiamami.”
“Ti no reso quello che mi hai dato.”

La Sirena sentì d’averla scampata bella, e, guardinga, avanzò con un ultimo sforzo, raggiungendo all’alba la laguna, un argenteo piano, nel quale emergevano gruppi di case con alberi e fiori, come grandi zattere. Gli uomini le chiamano isole.
Nello spigolo di un muro di una di esse splendeva, sporto in fuori, un fanalino. Incuriosita si avvicinò, e lo vide illuminare con la pallida luce, vinta oramai dal giorno, l’effigie di una donna con un bimbo in braccio. Si ricordò di quello che le aveva raccontato la mamma sua, della creazione del mondo, del male sopraggiunto e della dolce donna, la Madre, cooperante alla salvazione di tutti gli uomini col sacrificio di quanto aveva di più caro, il suo Bimbo. Attirata dal mistero divino, pensò come mai gli uomini potessero essere cattivi dopo tanto dono. “Oh! se io fossi donna, come amerei la Vergine Maria!” E in cosi dire istintivamente Sirenella congiunse le mani e attonita, si senti inondare da una dolcezza non mai provata. Chiuse gli occhi per vedersi nell’intimo; ma l’intimo è chiuso, invisibile, lo si sente soltanto. Da quel momento, Sirenella sentì d’aver in sé un mondo superiore al suo.

Ma già l’aurora era sorta, e con l’aurora tutto un volar di gabbiani che pareva volessero oscurare il sole, nel mattutino lavoro per il cibo. Sparsi qua e là dall’acqua emergevano ogni tanto tre pali uniti, con un fanalino davanti ad altre Madonnine, o a figure di santi. Quale infinita pace!
Sirenella comprese come la pace non è cosa di questo mondo, quando apparvero alcune barche di ritorno dalla pesca, e rabbrividì all’idea che senza quel gabbiano forse ella sarebbe là, su una di quelle barche, o morta o prigioniera.
Sprofondandosi nel fondo, non si mosse, finchè non furono lontane. Poi affrettò il nuoto e scorse… scorse la Piazza di San Marco, una tal meraviglia da farle tener involontariamente la bocca aperta. Erano certamente case degli uomini, ma di così belle non ne aveva mai viste. Che fossero tutti re?
Una ‘preoccupazione più grave la prese… Come orientarsi nel dedalo di viuzze acquee? Le notizie datele dalla vecchina non le bastavano.
Volta a destra, gira a sinistra, va’ sempre avanti… Sempre avanti se c’era un muro? Fortunatamente vide sulla fondamenta del rio un bel gattone bianco dall’aria perplessa.
Sirenella sporse piano piano la testolina bruna: “Gattino, bel gattino” chiese “sapresti dirmi dove sta la Marta del Mago? Deve essere da queste parti.”
Il gatto si animò cominciando a far le fusa e “Miao, miao” rispose “sto proprio aspettando la donna del latte per entrare, così entrerò prima. Percuoti il battente di quella casa dai tre gradini, ed entreremo insieme. Alla mia padrona forse è bene che ti presenti io, perché, quantunque riceva molta gente, esseri come te non ne ha mai veduti. “Come ti chiami?” e la squadrava da capo a piedi meravigliato. “Batti, e poi scendi in acqua, finchè non vengono ad aprire: meglio che nessuno ti veda.”
Sirenella comprese allora la difficoltà di farsi ricevere, e al suo nome aggiunse quello della vecchina che la raccomandava.
Dopo non molto la porta si apri, e una donna ancora scarmigliata sporse la testa per vedere chi avesse battuto. “Sei tu, micino furbo? Dove sei stato?”
“Miao, miao” fece il micino fregandosi alle gambe della padrona. “C’è qui una bella creatura di Dio, che desidera parlarti.” Poi ammiccò con gli occhi e in breve si capì che la persuase a ricevere la nuova venuta, perché la padrona, scrutando l’acqua, disse: “Vieni”.
Sirenella, senza farsi pregare, entrò svelta.

C’era un gran movimento e un’aspettativa più grande ancora attorno alle scodelline colme di resina accesa, nella stanza illuminata più del solito in onore di Sirenella, l’attrattiva singolare del momento.
Nessuno poteva certo vantarsi, di avere avuto mai una Sirena nel proprio salotto. Per quanto volenterosa di render servigio alla vecchina, sua vecchia amica, la padrona pensava, che non era poi male di esibire Sirenella al pubblico facendola cantare.
Un po’ spaurita da tutti quegli occhi fissi su lei, Sirenella incominciò con la sua voce dolcissima le canzoni nostalgiche delle sirene e dei fauni.
I battimani non finivano più: “Ancora, ancora” urlavano tutti. Sirenella intonò “Anima mia” con infinito sentimento, come grido di un’anima.
Ma d’improvviso un vento indiavolato, urlando per tutta la casa, spalancò le porte. E, ritto sopra un cavallo marino, con occhi di fuoco, apparve il Re dei Fauni. Furibondo si scagliò su Sirenella che aveva tradito la sua razza mescolandosi agli uomini, e, gettatala a terra, la dannò a esser donna.
Poi, furibondo com’era venuto, partì, lasciando dietro di sé un odor di vento, di salsedine, di bruciato.

La condanna portò gioia a Sirenella.. che si levò non più sirena ma donna, con il cuore palpitante di felicità. Senonché, sebbene donna, era priva d’anima immortale, dono solo di Dio; e senz’anima non avrebbe potuto sposare Manfredo… Le erano invece sopravvenuti i bisogni dell’essere umano.
Oltre al cibo, doveva provvedere alle vesti, e per non essere a carico di nessuno, né elemosinare, imparò il lavoro dei merletti, nel quale divenne abilissima.
Giorno e notte andava alla ricerca di un’anima, errando per i cimiteri, lumicino in mano. Vinta la naturale pietà e l’orrore, era sempre presente dove venivano giustiziati i delinquenti, ai quali porgeva conforto con la naturale dolcezza del suo cuore. Unico risultato; l’anima non trasmigrava in lei, ma nel porto riservatole da Dio.
La sua non era una vita allegra; la metamorfosi da sirena in donna non le serviva che per soffrire maggiormente.

Intanto venne la festa del Santo a Padova, e Sirenella pensò di recarvisi avendo sentito com’Egli aiutasse sempre chi desidera sposare.
Fu un viaggio ben diverso dall’altro quand’era Sirena. Accompagnatasi ad altre donne, esso non presentò gravi pericoli.
La Chiesa del Santo era piena zeppa di gente e Sirenella vi rimase lunghe lunghe ore in preghiera.
Tutti se n’erano andati e la chiesa stava per chiudersi, quando sentì giungerle diretta al cuore una melodia soave. Sirenella alzando gli occhi, vide la statua del Santo che si chinava pietoso su di lei mormorandole: “Va in pace. Baciandoti il tuo amato ti darà metà della sua anima. Ma l’anima non potendosi scindere quando sarà l’ora vostra, nello stesso momento morrete.” Era la felicità assoluta.
Serenella raggiante, andò dal suo Manfredo e suggellando la loro felicità, mormorò: “Anima mia!…”
Così vissero un attimo, un’eternità, due corpi e un’anima sola; donde l’aforisma che certo conoscerete, figurazione dell’amore perfetto.

Risaputosi il fatto, molti trovarono la salute nei fanghi degli Euganei; e da allora la fama delle loro virtù prodigiose di diffuse, e dura ancora ed è più forte che mai.


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